C'è un modo per capire in cinque minuti se il tuo locale comunica quello che credi.
Non serve un consulente, non serve un'analisi, non serve spendere. Serve apparecchiare un tavolo come lo apparecchi davvero, sederti dalla parte del cliente e guardarlo.
Fallo prima del servizio, quando la sala è vuota e la luce è quella della sera. Metti tutto: la tovaglia o il tavolo nudo, il sottobicchiere, il bicchiere, la bottiglia, la carta, il piatto che esce più spesso dalla tua cucina. Poi siediti dove si siede chi paga, e stai zitto per un minuto.
Quello che vedi in quel minuto è quello che vede il cliente. Ed è l'unica versione del tuo locale che conta, perché è la sola che il cliente conoscerà mai.
Cosa stai guardando davvero
L'occhio, davanti a un tavolo, non legge le parole. Le parole arrivano dopo, e spesso non arrivano affatto.
L'occhio legge prima i colori, poi le forme, poi i materiali. E in una frazione di secondo decide una cosa sola, che nessuno formula a voce ma tutti sentono: queste cose stanno insieme, oppure no.
Un tavolo dove tutto appartiene alla stessa famiglia comunica che c'è qualcuno dietro. Un tavolo dove ogni oggetto arriva da un mondo diverso comunica il contrario, e lo comunica prima che tu abbia aperto bocca, prima della cucina, prima del servizio.
E qui casca quasi tutto il mestiere, perché nessun oggetto, preso da solo, è sbagliato. Il sottobicchiere del fornitore è un buon sottobicchiere. Il bicchiere è un buon bicchiere. La lavagnetta è simpatica. Ognuno di quegli oggetti, singolarmente, ha superato un piccolo esame.
Solo che nessuno li ha mai esaminati tutti insieme, e insieme è l'unico modo in cui il cliente li vedrà.
Le tre stonature che si trovano sempre
Facendo questo esercizio nei locali, saltano fuori quasi sempre le stesse tre cose.
La prima: il tavolo appartiene a più fornitori che a te. Il sottobicchiere ha un marchio, il posacenere ne ha un altro, il bicchiere un terzo, l'ombrellone del dehor un quarto. Sono tutti regali, ed è normale accettarli. Ma se li conti, spesso i marchi degli altri sul tuo tavolo sono più numerosi delle cose che parlano di te. Il cliente si siede al tavolo di un locale e legge, di fatto, la vetrina di quattro aziende che non sono la tua.
La seconda: la carta è di una famiglia, il locale di un'altra. Locali caldi, di legno e di luce bassa, con carte stampate in un carattere freddo da ufficio. Oppure il contrario: locali essenziali e moderni con menu pieni di svolazzi. Non è una questione di gusto, è che la carta è il primo oggetto che metti in mano al cliente, ed è quello che parla per primo. Se dice una cosa diversa da quella che dice la sala, il cliente non sa più chi credere.
La terza: il bicchiere sbagliato annulla il prodotto. È la più costosa, perché tocca direttamente quello che hai pagato. Un prodotto scelto con criterio, versato in un bicchiere qualunque, arriva in tavola declassato. Il cliente non ha modo di sapere quanto hai speso per averlo. Ha solo il bicchiere per capirlo.
Il confronto che chiude la questione
Se dopo il primo minuto hai ancora dubbi, c'è il passaggio che scioglie tutto.
Togli dal tavolo una cosa sola, quella su cui hai investito di più. La bottiglia che hai scelto con cura, il bicchiere buono, il piatto di cui vai fiero. Guarda il tavolo senza.
Poi rimettila e guarda di nuovo.
Se il tavolo, senza, sembra uguale, hai un problema serio: significa che quella cosa non si vede, e quello che non si vede non si paga. Stai sostenendo un costo che il cliente non percepisce, il che è il modo più silenzioso di buttare margine.
Se invece il tavolo cambia, guarda cosa cambia e come. Quello è il tuo punto di forza reale, ed è probabile che nella comunicazione del locale, in vetrina, sui social, nella carta, tu lo stia raccontando molto meno di quanto meriti.
La domanda finale è sempre la stessa. Il tuo tavolo, apparecchiato così, è un tavolo pensato da qualcuno, o è la somma di quello che è arrivato negli anni?
Cosa fare del risultato
L'esercizio non serve a rifare tutto. Rifare tutto non lo fa nessuno e non serve.
Serve a stabilire un ordine di priorità onesto, che è una cosa diversa dalla lista dei desideri.
Metti in fila le stonature che hai trovato e sistemale una per volta, partendo dalla più economica e dalla più visibile. Quasi sempre la prima costa poco: togliere due oggetti di troppo. Un tavolo con meno cose sopra, ma tutte coerenti, comunica più cura di un tavolo pieno e disordinato. La sottrazione è l'unico intervento che non ha bisogno di budget.
Poi viene il bicchiere, che costa qualcosa ma si ammortizza in fretta e lavora ogni singola sera su ogni singolo tavolo.
La carta viene per ultima, perché è quella che si rifà comunque una volta l'anno: quando la rifai, falla assomigliare alla tua sala.
La regola
Il cliente non giudica il tuo locale voce per voce. Lo giudica come insieme, in un colpo d'occhio, prima ancora di ordinare.
E l'insieme lo decidi tu, oppure lo decidono i fornitori, il caso e le abitudini di dieci anni.
Cinque minuti seduto dalla parte sbagliata del tavolo ti dicono quale delle due cose sta succedendo nel tuo.
Questo esercizio lo facciamo insieme ai locali che seguiamo, e la parte più interessante non è quello che trovi. È la faccia di chi si siede al proprio tavolo da cliente per la prima volta dopo anni.